Giacomo Scotti: Così avvennero le stragi di Gospić

Il colonnello Jendrašić spedì il suo rapporto anche al capo della Direzione dei servizi segreti (SIS) e al generale di brigata Josip Perković presso il ministero della Difesa – uno dei pochi alti ufficiali dei “servizi” di Tito rimasti attivi.

Giacomo Scotti, giornalista e publicista croato-italiano da Fiume, forse e uno di tutti quelli que adatto una vasta visione di un caso di giustizia di Gospić che a trasmesso in modo sincero qualche pezzi intriganti di testimonianze Milan Levar, que sono statti insilentio e omerta della maggioranza croata et tutto resto della massmedia del mondo

Testimonianze sugli orrori commessi negli anni della “caccia al serbo” in Croazia

17. 04. 2000. “Il Manifesto”
GIACOMO SCOTTI-ZAGABRIA

Sul “caso Gospić”, come i giornali croati eufemisticamente definiscono le stragi di civili serbi avvenute in quella città e dintorninell’autunno del 1991 (un “caso” sul quale in questi giorni indagano gli inquirenti della procura generale del Tribunale dell’Aja, che hanno già individuato alcune fosse comuni) abbiamo raccolto la testimonianza di Martin Jendrašić, colonnello in congedo dell’esercito croato, all’epoca dei massacri vicecomandante della Zona operativa di Karlovac-Gospić e ivi responsabile dei servizi di informazione.

https://youtu.be/58O2uhQNUms

I miliziani della cosiddetta polizia militare del raccogliticcio esercito creato da Tuđman nel 1990-’91, mobilitando perfino criminali di guerra liberati dalle patrie galere e fuoriusciti ustascia fatti rientrare dall’estero, “andavano a caccia dei serbi in ogni angolo della città di Gospić” (ma lo fecero anche a Sisak e Zara): “li tiravano giù dal letto e dai rifugi antiaerei nel cuore della notte – ricorda Jendrašić – li caricavano su camion e li portavano alla fucilazione; una settantina furono liquidati in un bosco presso Perušić”.

Martin Jendrašić rievoca episodi risalenti alla fine del 1991, quando, in novembre, fu mandato a Gospić “per vedere che cosa stava accadendo, vista l’inesistenza di comunicazioni con la brigata 118 del generale Mirko Norac “. Nella sua missione esplorativa il colonnello sostò a Otočac e poi a Senj, dove il comandante del gruppo operativo per la Lika, Pero Ćavar , lo sconsigliò di metter piede a Gospić: “non ne uscirai vivo”. A Gospić raccolse altre informazioni, dallo stesso comando della polizia civile della città, sui miliziani della “polizia militare” e la loro caccia ai civili serbi; poi, evitando gli uomini del generale Norac, ritornò a Karlovac e fece rapporto al comandante della zona operativa: “La 118 brigata operante nella zona di Gospić non può essere considerata parte dell’esercito croato, ma una vera e propria Legione straniera formata da criminali”. Quell’unità, sostenne Jendrašić, non dipendeva dal Comando supremo, né dal Comando di zona, ma era collegata unicamente e direttamente con il ministro della difesa, Gojko Šušak, ex fuoriuscito ustascia rientrato dal Canada e divenuto braccio destro di Tuđman.

Martin Jendrašić, colonnello dell’esercito croato

Il colonnello Jendrašić spedì il suo rapporto anche al capo della Direzione dei servizi segreti (SIS) e al generale di brigata Josip Perković presso il ministero della Difesa – uno dei pochi alti ufficiali dei “servizi” di Tito rimasti attivi. Tre giorni dopo vennero a interrogarlo tre generali-ispettori dell’esercito mandati dal SIS da Zagabria. A gennaio ’92, infine, il capo di stato maggiore dell’esercito croato ed ex generale dell’Armata jugoslava Martin Špegelj, accertata l’esattezza delle informazioni raccolte da Jendrašić, le consegnò personalmente a Tuđman.

“Ora tutti sapevano delle stragi, ma nessuno intervenne. Anzi, fu fatta cessare qualsiasi ulteriore indagine”, commenta il colonnello. Che tornò a Gospić di propria iniziativa e venne a trovarsi faccia a faccia col generale Mirko Norac, “occhi negli occhi con un criminale di guerra”. Tutto veniva organizzato e posto in atto nella caserma di Gospic dove, fra le altre unità, erano sistemati gli uomini del Hos (“Forze di liberazione croata”, ovvero milizie ustascia costituitesi come esercito parallelo). A un certo punto, avendo notato un soldato che vomitava uscendo dai bagni della caserma, Jendrašić si insospettì, entrò in quei locali e oggi racconta: “vidi tre civili inginocchiati sul pavimento davanti ad altrettanti miliziani del HOS che gli ordinavano di pulirgli gli stivali con la lingua, e via via che quei disgraziati si chinavano per leccare gli stivali, ricevevano un calcio in bocca. Erano come pupazzi rotti, corpi sanguinanti”.

Uscito fuori, incontra il comandante dell’HOS, “tale V.R., un signore che tuttora vive a Zagabria”, e gli dice che in quel momento i suoi uomini stanno commettendo un crimine di guerra: “tornai quindi dal generale Norac e gli riferii quanto avevo appena visto; disse che non ne sapeva niente, ma non si mosse. Poi, nel cortile, incontrai Zdenko Bando, comandante di plotone della polizia militare, e lo interrogai”.

Bando conferma che sono stati i suoi uomini a dare la caccia ai serbi e a caricarli sui camion – per ordine di Tihomir Orešković (allora comandante della guarnigione militare di Gospić, ndr ) e del generale Norac. E dice che i civili servono per uno scambio con soldati croati catturati dai serbi.
“Purtroppo – lo smentii – non è così: sono stati portati nel bosco e liquidati. Nell’udire quella tremenda verità, Bando mi parve veramente scioccato. Era una persona onesta e cercai di tirarlo fuori da quell’inferno”.

Il 23 agosto 2016, il presidente croato Kolinda Grabar Kitarovic ha dato a Nikola Štedul una medaglia d’onore “Stjepan Radić” per la sua eccezionale e lunga durata per i diritti nazionali e sociali e per l’avanzamento del popolo croato.

Zdenko Bando fu poi tra i primi dopo la fine della guerra nel 1995, insieme a Milan Levar, a rivelare all’opinione pubblica le stragi di Gospic, subendo perciò persecuzioni e attentati negli ultimi cinque anni del regime di Tuđman. Oggi, insieme a un altro testimone del Tribunale internazionale dell’Aja, e sotto la sua protezione, si trova al sicuro in Germania. Ma allora, già all’inizio del ’92, subito dopo il colloquio con il colonnello Jendrašić, Bando fu preso e portato per ordine di Norac nel carcere di Senj.

Riuscì a evadere e raggiunta Zagabria, fu messo al sicuro dal colonnello Jendrašić che, a sua volta, non poté rimanere a lungo nell’esercito e nei servizi segreti, ma fu “costretto a congedarsi e a tenere la bocca cucita”.

Fino a oggi questa è la prima confessione in pubblico del colonnello Jendrašić, che denuncia: “Tutti i fili, nei bagni di sangue del 1991, li tirava Tihomir Orešković col totale appoggio politico dei gruppi estremisti ustascia appena rimpatriati, raccolti intorno all’Hdp (Movimento per lo Stato croato) sotto la guida di Nikola Štedul”. Questi è un personaggio tuttora molto influente in Croazia, spesso presente sulla stampa con articoli di esaltazione dell’ustascismo.

STRAGI/DOCUMENTO

“Mandanti croati e Usa”

Gojko Šušak era amico di William Perry

Milan Levar, croato, ex combattente ed ufficiale a Gospić, testimone di alcune stragi, già interrogato dagli inquirenti del Tribunale internazionale dell’Aja, in un’intervista al Novi List di Fiume del 14 aprile, ha indicato nel colonnello Tihomir Orešković e nel generale Norac i principali mandanti ed esecutori delle stragi compiute nella Lika, nell’autunno 1991, aggiungendo: “Non furono liquidati solo civili serbi ritenuti pericolosi, ma anche numerosi croati ‘poco affidabili’. Le fosse comuni di Gospić non si trovano solo a Obradović Varoš, ma sono sparse un po’ ovunque. Non posso dire la cifra esatta delle persone liquidate, ma ritengo che si tratti come minimo di alcune centinaia”.

Per Levar, vi sono altri croati disposti a testimoniare al tribunale dell’Aja, nonostante le minacce di morte che ricevono dagli estremisti di destra. Tacciono invece i funzionari statali, già al servizio di Tudjman e lasciati al loro posto dal nuovo governo. “Personalmente so, perché ci ho lavorato, che i servizi segreti croati hanno esatte informazioni su chi, come, quando e dove fu coinvolto nelle stragi, i nomi di chi le ordinò e quelli delle vittime. E’ strano che anche dopo la fine di Tudjman quei servizi continuino a tacere”. L’attuale presidente dei veterani di guerra di Gospić, Ivica Čačić – dice Levar – “all’epoca guidava l’automezzo sul quale venivano portati via da Karlobag i serbi da liquidare e che vennero liquidati sul Velebit”. Testimoni delle stragi furono pure Mira Jurjević, Pavle Rukavina e Ivan Dasović, attualmente presidente del tribunale di Gospić la prima, presidente della Procura di stato il secondo e capo della polizia della regione Lika-Senj il terzo. “Sotto i loro piedi e davanti ai loro occhi furono seppellite le vittime, essi sanno con precisione chi le uccise, furono presenti alle esecuzioni…”

“Ma la responsabilità dell’occultamento dei massacri – continua Levar – risale ai massimi vertici dello stato, dove qualcuno fu anche il mandante delle stragi” a Gospić, Karlobag, a Sisak e altrove. “Costui fu Gojko Šušak, amico di William Perry, l’americano che si servì di lui per telecomandare le cose in Croazia. Fu Šušak a spingere i suoi commessi a compiere i massacri. Gojko Šušak era un comune fuoriuscito ustascia che divenne quel che divenne (ministro della guerra di Tudjman per l’annessione dell’Erzegovina ndr) perché ebbe l’aiuto dei francescani erzegovesi e dei signori dei servizi segreti americani”.

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